1-bit Symphony di Tristan Perich: il digitale infinito e mortale

Quando ero un ragazzino, quindi pochi anni fa, diciamo negli anni ottanta, ero un ragazzino parecchio digitale. Giravo con la mia copia di Mc-microcomputer in tasca, seguivo i corsi di prolog del mio liceo classico, scrivevo ridondanti listati in applesoft basic nell’apple IIe del laboratorio di fisica e sognavo una grande digitalizzazione di tutto lo scibile umano. Pensavo che il futuro sarebbe stato digitale e che avrebbe sostituito gli oggetti, i timbri, i polverosi archivi statali e la burocrazia tutta. La letteratura sarebbe stata nativa digitale, e vedevo le BBS come avamposti di una telematica umanistica che sarebbe entrata in tutte le case.
Sono passati un po’ di anni e molte di quelle cose che speravo accadessero, sono accadute sul serio. Ma questa grande digitalizzazione di massa ha portato anche una serie di effetti collaterali di cui non potevo negli anni ottanta avere nessuna percezione. Non dico che li abbia portati in generale, li ha portati a me.
La digitalizzazione ha “tolto” i contenuti dagli oggetti per trasportarli in un mondo virtuale, lasciando gli oggetti orfani del loro contenuto. Il rapporto con le cose si è traslato in un rapporto con i contenuti, rapporto che tuttavia viene mediato ancora da oggetti, computer e device, il cui utilizzo –così svincolato dagli oggetti– omogeneizza le informazioni in un impasto indistinto di dati. Il lettore/ascoltatore diventa così responsabile di reimpostare i valori del flusso digitale che attraversa in una perenne connessione on-line. Le stringhe che racchiudono la divina commedia e quelle che comunicano i commenti dell’ultimo social network hanno lo stesso peso, sono fatte dello stesso impasto digitale e ci arrivano attraverso lo stesso media. L’oggetto con cui lavoriamo è il medesimo con cui giochiamo o con cui guardiamo un film, paghiamo le tasse, ascoltiamo musica, raccogliamo le foto della nostra storia. La riproducibilità del mezzo digitale ha creato un virus di se stesso: il prodotto intellettuale, ludico, sociale, si riproduce autonomamente grazie alle strutture di digitalizzazione e di socializzazione del digitale stesso create in rete.
A vent’anni di distanza dal mio primitivo desiderio di digitalizzazione il problema non è trovare informazione, cultura o musica in rete, ma riuscire a dare senso a questo accesso senza essere travolto dalla continua richiesta di attenzione che questo virus digitale fagocita senza interruzione.

È per questo che mi sono comprato la 1-bit Symphony di Tristan Perich.

Sembra un cd... ma non lo è

La 1-bit Symphony di Tristan Perich si presenta come un normale cd, solo che guardando con un po’ di attenzione ci si rende conto che dentro la scatola di plastica del cd non c’è un cd, ma c’è un microprocessore che genera onde quadre ad un bit che, opportunamente programmate, creano successioni di suoni che l’autore ha composto come una sinfonia digitale. Al microprocessore è collegata una pila, un potenziometro che gestisce il volume, un interruttore per saltare di brano, uno switch per accendere e spegnere e ovviamente uno spinotto per inserire le cuffie o le casse.
L’operazione di Perich è molto interessante sotto diversi aspetti, non solo musicali. La musica di Perich –beninteso– non è solo un contorno, anzi. Il minimalismo di alcuni brani, con i suoi pattern ripetuti, si alterna a momenti in cui il digitale ricrea la funzione degli archi, ad altri in cui le complesse onde dei bit possono ricordare le sonorità del clavicembalo. Non si tratta di una musica da videogioco, semmai vengono in mente alcuni programmi anni ottanta, come Eletric Duet, in cui il suono bit a un canale veniva frantumato in frequenze brevi e alternate, per permettere la riproduzione di brani di musica classica in una versione straniante e alternativa.

Senza il libretto si vede meglio

Ma al di là della musica, dicevo, il piccolo riproduttore di Perich è interessante per le problematiche “di senso” che genera. Innanzitutto, siccome il microprocessore interpreta le istruzioni scritte da Perich, quella che avviene ogni volta che si accende la sinfonia, è una vera e propria esecuzione digitale, e non una riproduzione, a differenza da quello che avviene normalmente ascoltando un mp3 o un altro file digitale. Non ci sono variazioni, l’interpretazione del microprocessore è sempre identica, ma si tratta comunque di una interpretazioni di comandi: è come se il microprocessore leggesse il pentagramma e suonasse sul momento per noi.
In secondo luogo, abbiamo un bene digitale che non è riproducibile. I vinili sono morti, siamo passati al digitale ed ecco che Perich ci offre un oggetto digitale che non è riproducibile, perché è unico. È un cortocircuito: il contenuto digitale ritorna all’interno di un oggetto per riprendersi senso. E non vuole uscire più.
L’esperimento è poi portato ai suoi livelli più estremi: non solo la musica non è riproducibile perché “fa parte” di un contenitore, ma non può neppure essere digitalizzata, non può venire estromessa dal suo contenitore, se non con una perdita. Se infatti i primi quattro movimenti della sinfonia hanno una durata che va dai cinque ai dieci minuti cadauno, il quinto movimento dura in eterno. Al posto del timing in minuti, sul libretto (che contiene anche il codice del microprocessore) Perich ha indicato il segno dell’infinito.
La 1-bit synphony si conclude infatti con un “pedale” bit che manda un pattern/suono ripetuto all’infinito. L’unico modo per smettere di ascoltare la sinfonia è spegnere fisicamente questo pezzo di arte sonora e concettuale.
Come possiamo digitalizzare un suono infinito per metterlo su iTunes?

Il libretto

Ecco, l’operazione di Perich è estremamente affascinante e ricca di riflessioni sulla vera natura del digitale e sulla qualità del nostro rapporto con gli oggetti che abbiamo scelto per manipolare e gestire questa digitalizzazione. Personalmente, tenere in mano un contenuto digitale che “vive” per me nel momento in cui lo accendo e di cui non posso aver nessun backup, è rassicurante. È un digitale che abbandona il virus di continua creazione di informazione e di socialità per tornare ad essere un oggetto unico e personale. È un oggetto mortale.
Ma è anche una testimonianza di quel computing creativo di cui parlavo qualche tempo fa. In un mercato in cui la creatività diventa prodotto, e in cui il prodotto diventa una matrice di infinite copie, un oggetto come questa 1-bit Symphony mostra che è possibile ancora pensare differente e infilare piccoli bastoncini spelacchiati nel grande, monotono, digital hub dell’entertainment.

Il digitale potenziato dalle casse Commodore

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13 Commenti a “1-bit Symphony di Tristan Perich: il digitale infinito e mortale”

  1. Puce 18 luglio 2011 at 00:01 #

    Ci stai dicendo (mi riferisco al codice del microprocessore) che hai comprato l’edizione limitata da 250$ ?

    • fabriziovenerandi 18 luglio 2011 at 08:47 #

      Non preoccuparti, paga tutto TEVAC!

      • Puce 18 luglio 2011 at 09:37 #

        Non mi preoccupo, era solo per capire… (dal sito non è chirissimo e volevo la conferma che il codice ce l’hai solo con la versione da 250, che cmq è esaurita)

  2. Riccardo.S 18 luglio 2011 at 08:20 #

    Grazie, bell’articolo, mi è venuta voglia di comprarlo.

    PS.
    per fortuna continuo a leggere Venerandi, nonostante tutto….. il resto

    • fabriziovenerandi 18 luglio 2011 at 08:48 #

      Siete voi troppo suscettibili quando si parla di apple 😛

      • Puce 18 luglio 2011 at 11:37 #

        IMHO la questione non è essere suscettiili o meno quando si parla di Apple, ma usare lo stesso metro di giudizio in entrambi i sensi.

        Tornando al tuo articolo precedente, se Quark ha tagliato fuori il PPC, mentre ha mantenuto il supporto a XP, non è che puoi liquidare il tutto con una frecciatina “think different”, lasciando intendere che chi usa Apple se lo prende in quel posto, mentre per chi usa Win le cose vanno meglio… la scelta di Quark riflette lo stato del mercato (con le percentuali che ho già citato) e far finta che quei numeri non esistono significa che tu per primo sei suscettibile alla scelta (legittima) di Quark e che non l’accetti nonostante abbia delle motivazioni valide, quindi non prendertela se gli altri ti fanno notare che certe considerazioni sono inutili… (anche perché l’articolo in se era anche interessante).

        Aggiungo, come ho già detto, che questa retrocompatibilità forzata del mondo Windows giova solo (e fino ad un certo punto) a chi rimane ancorato a macchine “vecchie” e causa problemi in senso opposto, perché l’adozione rallentata di Seven (Vista nemmeno lo considero) di fatto provoca un rallentamento anche nell’adozione di nuove tecnologie: sul mio portatile nuovo, preso meno di un’anno fa ho dovuto necessariamente installare Windows XP (ovviamente 32 bit) perché alcuni sw che sono per me indispensabili non girano su Seven, né tantomeno su Vista (alcuni stanno iniziando adesso a dare la compatibilità per Seven); ne segue che, nonostante il computer sia nuovo di pacca, ci ho messo solo 2GB di RAM, e per avere un briciolo di prestazioni in più ho orientato la scelta su un processore a clock alto piuttosto che puntare a più core, perché tanto il software che uso non riuscirebbe a sfruttarli (e a quel punto meglio andare un po’ più veloci di Hz). Se per te questo è progresso…

        Facendo un ulteriore passo indietro, sull’altro tuo articolo dei “10 piccoli passi”, mi pare più che evidente che mentre Apple sta continuando a mantenere la sua stessa filosofia iniziale di semplificazione nel rapporto uomo-macchina, mentre è il tuo approccio all’informatica (e probabilmente anche quello di Rob) ad essere cambiato. Apple comincia a starvi stretta? Liberissimi di guardarvi intorno e cercare altrove, ma abbiate l’onestà di riconoscere che siete anche voi (se non voi in primis) ad essere cambiati e non potete pretendere che Apple segua voi: Apple segue la sua strada, che può tranquillamente divergere dalla vostra. Personalmente, lo ripeto, passo già 8 ore al giorno (quando non sono 12) a programmare su un computer (non Apple) per far operare al meglio ciò devo far andare, e quando a casa accendo il Mac sono ben felice di trovarmi di fronte a qualcosa che mi fa troppe domande: funziona bene e basta.

    • Roberto Rota 18 luglio 2011 at 09:47 #

      e meno male che c’è fabrizio… 🙂

      • fabriziovenerandi 18 luglio 2011 at 12:11 #

        Che le due parole “Think different” pesino più del resto dell’articolo mi fa un po’ specie, peccato. La scelta di Quark, dici, riflette lo stato del mercato. Ma lo “stato del mercato” è dovuto anche alle scelte commerciali di apple, non si tratta di una soluzione neutra di cui si deve solo prendere atto.
        Relativamente ai cambiamenti, quando ho iniziato a usare apple, apple era il linux dell’epoca: due basic integrati, un rudimentale editor assembler in rom, schede z80 con cp/m. Apple era per smanettoni, era uno dei computer scolastici per antonomasia. Poi apple è entrata nel mercato office, prima con il fallimentare apple III e poi con il macintosh, andando ad ammazzare la linea II. Il passaggio dalla linea II a quella macintosh ha visto andarsene un sacco di gente che usava il II per smanettare, quasi tutti quelli che frequentavo all’epoca, dopo il suicidio del IIgs sono passati ad altri os. Dos, amiga, atari. Non certo a mac, che era chiuso come un granchio. Anche la apple è cambiata mentre la utilizzavo e non è detto che il fatto di seguirla sia sempre stata una buona idea. Oggi, ne discutevo con nda, programmare con osx per iOs, significa pagare apple per *poter avere il permesso di farlo*, pagare apple per una macchina intel, pagare apple per i developers tool, pagare apple per l’ultimo os, pagare apple per ogni applicazione passata tramite il suo (unico) server di distribuzione.
        Per ogni cosa che vuoi fare c’è una app: e ogni app sono soldi che passano ad apple. Bada bene non “per ogni cosa ti diamo gli strumenti per farla”, ma c’è una app, c’è il consumo. A me questo pare un cambiamento di apple, non solo rispetto alla esperienza utente dell’apple II, ma anche a quella –molto più vicina nel tempo– di hypercard. Sbaglierò.
        Però è un punto di vista che al di là delle pruderie personali potrebbe essere preso per quello che è, e non stigmatizzato come una bestemmia al verbo di jobs. Anche perché, come dicevo altrove, apple è incidentale, il discorso del consumo tecnologico, dei ritmi con cui bruciamo risorse, l’associare il progresso al mercato, sono temi che sono ben al di là di apple.
        Anche io probabilmente sono cambiato, certo, e mi faccio oggi una serie di domande più a lungo termine di quanto facessi prima. Ma penso che oggi ce ne sia bisogno, e man mano che passano gli anni queste domande diventeranno sempre di più di ordine generale.

        • Puce 18 luglio 2011 at 14:12 #

          Non è che quelle due parole pesano più del resto, è che ormai c’è l’abitudine a tirare frecciate anche quando non sono necessarie, né danno valore aggiunto alla discussione.

          Lo stato del mercato, colpe e meriti, è frutto delle scelte di tutti.

          L’Apple II era per smanettoni, certo, ma non il Mac.

          Si paga per sviluppare per iOS? Hai un idea di quanto costi Visual Studio? Con Xcode puoi sviluppare, fondamentalmente gratis, per OSX (se poi l’AppStore diventerà obbligatorio anche per OSX ne discuteremo).

          Obsolescenza: vogliamo parlare della politica dei produttori di smartphone Android? C’è mancato poco che l”HTC uscito a fine 2010 non venisse aggiornato con le versioni Android del 2011 (insurrezione in FaceBook dopo l’annuncio, e relativo dietrofront di HTC)

          Detto questo, per quanto mi riguarda, nessun prurito personale nei tuoi confronti, ci mancherebbe, ma sicuramente preferivo i racconti del vecchio Venerandi.

    • fabriziovenerandi 18 luglio 2011 at 10:06 #

      No, io ho la versione popolare che ha comunque il codice nel libretto.

      • fabriziovenerandi 18 luglio 2011 at 10:08 #

        La risposta era per Puce, ma ho cliccato male, sorry.

      • Puce 18 luglio 2011 at 10:19 #

        Il che conferma che il sito non è chiarissimo (anche se ammetto di non averlo letto tutto)

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