alcune cose sui miei figli

Capisci che tua moglie sta passando troppo tempo davanti ai newsgroup quando sei lì, è estate, il giorno dopo parti con i figli e lasci la moglie a genova a lavorare per due settimane, vi state baciando vi togliete le cose di dosso mentre vi baciate come nei film, vi attaccate, senti il sudore di lei che profuma di carne, di estate di creme solari, e la stanza è immersa nell’ombra, va tutto bene, vi state toccando come se fosse la prima volta e fate i suoni con la voce che non vogliono dire niente e tu dici ad un certo punto che, cecilia è bellissimo stare ancora con te e lei si allontana di due centimetri e ti fissa con lo sguardo leggermente strabico e dice “quoto” e tu resti lì e fai gli occhioni grossi e chiedi “quoti?” e ti rendi conto che anche lei si è resa conto di cosa ha detto e tu dici cazzo cecilia ti dico che ti amo e tu mi dici quoto? cos’era un reply? e niente, per fortuna il giorno dopo si parte per le vacanze.

Io credo che un figlio -solo per il fatto di essere con suo padre- dovrebbe rendere grazie, ci sono padri che si sbattono, che si inventano cose grandiose con i figli mentre io credo che la ram limitata che i figli hanno renda tutto questo sforzo ammirevole ma sostanzialmente superfluo, i bambini ricordano due o tre cose in croce e per di più abbastanza confuse, mio padre ogni tanto mi racconta cose affascinanti che io avrei fatto con lui da bambino e io non ricordo assolutamente nulla, il che vuol dire o che i bambini si dimenticano con sconsiderata facilità gli sforzi paterni di essere buoni padri, o che mio padre mente, ma siccome le cose sulle quali mio padre potrebbe mentirmi sono di tutt’altro genere, e non è roba che posso raccontare qua su tevac, quando parto con i miei due figli per le vacanze e faccio ciao ciao con la mano a cecilia che resta a casa per lavoro e vado verso le montagne e a cecilia ho detto che sì farò fare ai figli cose davvero educative e perenni, ecco, il mio vero obiettivo è quello di non fare assolutamente nulla, stare in casa a leggere o scrivere con il powerbook, ogni tanto uscire guardingo su un sentiero montagnoso, fare quasi un quarto d’ora di camminata e poi tornare indietro e rimettermi nel letto a riposare, riposare, riposare. 
Ai figli concederò solo il minimo sindacale, ovvero un cambio di maglietta alla pelle alla settimana, un pasto e mezzo al giorno incentrato principalmente su farinacei poco poco conditi, derivati dello zucchero, un po’ di solletico giusto per avere contatto umano e un uso sconsiderato della televisione. 

In realtà -lo dico per onestà- il figlio più grande, che ormai ha raggiunto la boa dei sette anni, non mi darebbe nessun problema, basta mettergli in mano un libro di geronimo stilton e il piccolo venerandi cade nel tipico autismo del buon lettore di best seller, apro un inciso, basta con questa mitologia della letteratura di come faccia bene leggere libri, chi legge libri di solito sta in posizioni improbabili per ore a fissare caratteri un tempo mobili ora deceduti, ignorando chi gli sta attorno e vivendo come un parassita di quelli che intorno a lui mettono a posto la casa, cucinano eccetera, leggere è un lusso antisociale che viene portato avanti per uno storico abbaglio di valutazione, fine inciso, ma c’è da dire che nel mio caso il niccolotto si annulla mettendosi a leggere questo pozzo di san patrizio della piemme junior, non fa altro in auto, per strada, in casa, legge e divora i libri di geronimo stilton che sono libri per modo di dire, ne fanno un numero spropositato ogni anno, son pieni di disegnigni colorati, scrittine, insomma una specie di topolino senza disegni, ma è un libro e quindi è letteratura e quindi fa bene che i bambini leggano, ipocriti, dannati ipocriti. 
E poi il primogenito ha il mio sangue, mi somiglia in un modo impressionante, anzi direi preoccupante, è distratto, egocentrico, a suo modo estroso, problematico, purtroppo non balbetta ma non posso avere tutto, ieri in macchina ho detto allora ragazzi volete che metto un po’ di musica per bambini e lui ha detto, “no papà, metti quella canzone che dice che dovremo alla fine attraversare la porta dello spavento supremo”. 
Come potrei non amarlo? 

Il giorno prima di partire siamo andati in bici tutti e quattro da casa nostra fino a boccadasse, andare in bici a genova è bellissimo, se non siete di genova e volete visitare genova in bici vi consiglio questo percorso: caricate la bici sul treno e scendete alla stazione di genova brignole, scendete dal treno e prendete la vostra bici. Appena usciti dalla stazione, sulla sinistra c’è un cassonetto dell’immondizia: buttateci dentro la bici. Vi ho appena salvato la vita. 
Noi quattro eravamo riusciti a fare la tratta staglieno-boccadasse senza venire uccisi da nessun autocarro, tir, sventato automobilista, passando indenni zone che erano state evidentemente costruite per spingere i pochi ciclisti locali a scendere dai marciapiedi formato a4 e interrotti nel mezzo da pali segnalatori di divieti di sosta, per inoltrarsi in rotostrade a tre corsie a scorrimento letale, ecco, arrivati a boccadasse sfiniti ma felici di essere scampati a una morte che in alcuni casi era sembrata certa, ci siamo riposati guardando il mare e il niccolotto ha chiesto la macchina fotografica. 
“Uh che te ne fai?” ha chiesto cecilia dandogliela. 
“Eh faccio delle foto” 
“Ok, ma di cosa?” 
“Eh, della croazia” ha detto niccolò iniziando a fotografare il mare di boccadasse. 
“Chicco guarda che da qua la croazia è lontanuccia” ho fatto io gettando a cecilia uno sguardo un po’ preoccupato. 
“Lo so papà” mi ha risposto lui con tono scocciato. “Ma io fotografo solo il mare e poi quando dò le foto ai miei amici dico che è la croazia. Tanto si vede solo il mare mica se ne accorgono” 
E lo sguardo che mandavo a cecilia da preoccupato è diventato un misto di ammirazione e vivo panico e cecilia ha fatto un gesto che -nella sua mimica- poteva voler dire qualunque cosa. 
Quindi niente, chicco RE e fare le vacanze con lui è una meraviglia, anche se bisogna stare attenti, in tanta perfezione ogni tanto il suo estro si sfoga in maniera inopportuna e improvvida, come quando -una settimana fa- ha inciso il nome LUCA sul cofano della nostra automobile con l’ausilio di una grossa pietra appuntita, gesto la cui natura lui stesso non ha saputo spiegare e per il quale si è beccato un cazziatone biblico, cazziatone parzialmente stemperato quando il giorno dopo il padre sottoscritto si è fatto l’intera fiancata sinistra dell’auto contro la chiesa di staglieno (non chiedete ulteriori informazioni, non le avrete). 
Il secondogenito quattrenne invece è bello, tenero ma ha questo difetto che è la reincarnazione di attila. Ha bisogno di me, mi cerca per ferirmi, somiglia a cecilia e anche a un mio ex alunno di II istituto tecnico-elettronico che ogni mese passava una settimana a fare lavori socialmente utili per la scuola, stessa espressione dello sguardo che può passare dalla dolcezza a qualcosa di perseguibile penalmente. 

Comunque partiamo, sorridiamo, andiamo verso i monti, le alpi, la natura. Ciao ciao cecilia! 

Stare chiuso con i propri figli in un piccolo appartamento in montagna circondato da una nebbia impenetrabile è una specie di foglio rosa per l’inferno, ti rendi conto che sei molto più ingiusto di quanto la normale vita cittadina ti avrebbe fatto pensare e che i tuoi figli sono tuoi nemici. Parlo sempre del secondogenito. Essere con loro in vacanza, senza madre e senza internet capisci che internet non è così importante, non quanto la madre almeno. 
Piove, o ci prova almeno e l’unica attività del posto nei prossimi giorni è il temibile torneo di bocce quadre, che niccolò attende ogni anno per vincere la coppa da mettere accanto alle altre. Niccolò adora le bocce quadre, cioè adora vincere coppe. Le bocce quadre è uno sport identico alle bocce ma si usano dei cubi al posto delle bocce. Dei cubi di legno. In alta montagna ci sono problemi di ossigenazione. 
Siccome alle bocce quadre mancano ancora due giorni decido di andare in francia. Avevo sempre avuto questa idea della francia come una specie di italia più democratica e civile, poi sono andato in francia. 
La francia in realtà è identica all’italia ma abitata da gente che crede di vivere in svezia. Non dirò altro sulla francia. 

Quindi niente, mentre torniamo indietro dalla francia, in pratica siamo sui monti dell’alto piemontese, una teoria ininterrotta di cadaveri di funivie e skylift che brancolano verso il cielo le loro dita filiformi, quando vedo un bar e c’è scritto FREE-WIFI e io inchiodo, niccolò manda un gemito nel sedile dietro, simone dice qualcosa di incomprensibile testando finalmente la sicurezza delle cinghie del sedilino e il powebook da dentro la borsa fa un suono di gioia, la sua airport sfrizza facendo -per la prima volta dopo sette lunghi giorni- sfavillare elettricità nel silicio della schedina che stava a prendere polvere. 
“Ma papà!” protesta il primogenito. 
“Cioccolata calda per tutti!” urlo e loro fanno evviva, non se lo aspettavano, si guardano tra di loro sbalorditi per la inusitata generosità del padre, io posteggio di corsa usciamo e dopo due secondi sono collegato, ho preso solo due cioccolate per risparmiare, intanto io assaggio le loro, e mi collego e internet si apre ai miei piedi e devo dire che non è una bella vista, sarà che ero tanto che non mi collegavo, sarà che con i miei figli mi diverto, ma in quel momento internet mi sembra una cosa piccola, un piccolo buco da cui spiare il mondo intero, ma un buco rognoso, fasullo, e se mi giro, se mollo quel buco e guardo cosa ho dietro la schiena, scopro che ho un mondo vero, magari meno globale, ma caldo, bagnato, pieno di cose da fare strane e faticose. 
Non sono più innamorato di internet, anzi, mi pesa. 
Mi scollego e mi sento una persona diversa, guardo le labbra marroni dei miei figli e mi sento invecchiato, dalla parte buona. 

Vado a pagare e dico due cioccolate calde e la signora alla cassa mi risponde una cosa che non c’entra nulla con quello che ho detto io, e allora ripeto, due cioccolate calde, e aggiungo “devo pagare” e mostro lo skyline del portafoglio che tengo in mano e la signorina di nuovo dice una cosa che il mio cervello fatica a legare alla mia richiesta di pagamento, e la cosa che la cassiera mi sta dicendo è “nove euro” e dopo un po’ che la gag si ripete una folgore nei miei neuroni mi fa capire che mi hanno fottuto. 
“Vuol dire che due cioccolate calde costano nove euro?” 
“Otto euro. Nove euro perché si è seduto” 
“Capisco. In pratica usate il wi-fi come una trappola. Attirate i portatili con gli ultrasuoni e poi ci uccidete con le cioccolate calde” faccio un gesto con la mano come di chi afferra delle mosche. 
La cassiera alza le spalle e mi guarda come si guarderebbe un poveraccio, mi giro intorno e non trovo comprensione, ma gente seduta ai tavolini con la stessa espressione della cassiera, ma fatta da chi tiene coltello dalla parte giusta: vincente. 
Mormoro cose che ho imparato sui libri di lovecraft quando ero in età ormonale e pago chiudendo gli occhi a fessura e sperando che i miei figli facciano più danni possibile nell’uscire dal locale, e devo dire che le due piccole canaglie sanno fare il loro mestiere, ho ancora in auto un mazzetto di tovaglioli di carta da stoccare. 

Avrei ancora molte cose da raccontare sui miei figli cari lettori di tevac-collezione-estate, di quando mi trovai incastrato per intero a testa all’ingiù in una frattura tra gli scogli croati e sotto di me, molto sotto di me, galleggiavano a tre metri di profondità le uniche chiavi della macchina di mia suocera e sopra di me, molto sopra di me, la voce del mio figlio numero uno non-ancora-diseredato-ma-in-fase-di-esserlo piagnucolava dicendo che non lo aveva fatto apposta, gne gne gne, dannato figlio di tuo padre; oppure di quando una guardia del favoloso labirinto di siepi di Stra mi diceva con linguaggio poco urbano che lasciare *da solo* il proprio figlio treenne all’interno del labirinto no, non era una buona idea, anzi era proprio vietato, e io sentivo solo il mugghiare del figlio numero due che disperato correva come nel famoso film con jack nickolson; o anche di quando tornato a casa mi resi conto che beh, mi ero divertito, ero stato bene e avrei voluto stare bene per sempre, essere eternamente felice come in quei giorni e l’unico modo per farlo era fare in modo che quei giorni si moltiplicassero dentro di me come un buco nero svizzero che lentamente erompe e mastica i giorni futuri, facendoli sembrare una cosa di amore, di carne, di odori di cose e di ometti e di creme e piedi che cade addosso a se stessa e pezzo dopo pezzo fa quel domino lunghissimo alla pitagorasuicci.

 

Fabrizio Venerandi è nato a Genova nel 1970. Ha pubblicato “L’amore è un cavolfiore” (Coniglio editore, Roma, 2006), “Pantagrognomicon” (Di Salvo editore, Napoli, 2001), “Il trionfo dell’impiegato”, (Editrice zona, Genova, 1999). 
Ha partecipato alle antologie “Il bestiario” (Zandegù, Torino, 2006), “Suicidi falliti per motivi ridicoli” (a cura di Gianluca Morozzi e Gianmichele Lisai, Coniglio editore, Roma, 2006), “Essere magri in Italia” (Coniglio editore, Roma, 2005), “Jam session” (Lampi di stampa, Milano, 2004), “Swing in versi” (a cura di Guido Michelone e Tini Brunozzi Francesca, Lampi di stampa, Milano, 2004), “Poesia in azione” (Milanocosa, Milano, 2002). 
I suoi versi raccolti in “monitor” (2005) e “doctoribus cadde” (2002) sono stati stampati ne ifiglibelli di Mauro Mazzetti. Dal 2003 al 2006 ha curato la rubrica di racconti della rivista Macworld Italia. Nel 2007 ha curato per Mazzetti e lulu.com la raccolta Giovani Surrealisti Canadesi. 
Fa parte del laboratorio datti+venerandi. 
www.venerandi.com

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