A sant’olcese c’è una chiesa, un campo di calcio in erba e due macellerie nel vero senso della parola, nel senso che macellano le mucche, le ammazzano. Quasi tutti i ragazzini di sant’olcese non andavano in chiesa, erano cacciati a sassate dal campo in erba che era solo per il genoa e quindi si ripiegava sulle macellerie.
In pratica io ero in camera mia con il cannocchiale e il libro sugli ufo e sentivo che arrivava il camion. Mi affacciavo al poggiolo e vedevo il camion che posteggiava davanti alla chiesa e i due autisti scendevano e andavano dietro.
Lì tiravano fuori due pistole-bastoni e aprivano il retro del camion. Il retro del camion era pieno di mucche. Allora io andavo di sotto per vedere meglio.
I due tipi prendevano le mucche e le tiravano per farle scendere dal camion, a questo punto di solito si era creata una certa partecipazione da parte degli abitanti di sant’olcese, i maschi uscivano dal circolo ACLI e i ragazzini correvano per vedere. I due tipi tiravano le corde e le mucche non volevano scendere, puntavano le gambe sul piano inclinato di legno, ogni tanto qualche mucca cascava con una violenza inaspettata, i due tipi scappavano per non finire sotto. La mucca si rialzava a fatica e si muoveva intorno, guardava tutti, vi dico che era uno spettacolo, erano terrorizzate. Quando la mucca cercava di scappare oppure al contrario si impuntava e non si muoveva, alcune mucche lo facevano, gli uomini usavano le pistole-bastoni, si sentiva un rumore come di fritto, e la mucca di solito scattava.
C’era una lunga discesa vicino alla chiesa che portava al campo in erba del genoa, ma a metà strada c’era il macello. Le mucche scendevano fino al macello e lì finivano in una stalla e per il momento lo spettacolo finiva.
Quando c’era la macellazione vera e propria allora lasciavamo perdere il PACMAN per andare a vedere. In pratica la mucca veniva spinta fuori dalla stalla e portata in una stanza coperta di piastrelle gialle, dove c’erano quattro o cinque persone con un camice bianco. Tutta la stanza aveva una parete aperta che dava sull’esterno così noi ragazzini ci potevamo sedere sull’asfalto e guardare lo spettacolo, era un po’ un teatro.
I macellatori ci dicevano di andarcene per due o tre volte poi lasciavano perdere perchè dovevano lavorare.
La mucca veniva portata fino dentro a questa stanza con le piastrelle che era piena di catene che pendevano dal soffitto. La mucca urlava, mandava muggiti e ogni tanto scuoteva la testa come per liberarsi di qualcosa, i tipi in camice bianco passavano le catene sotto la pancia della bestia e in altre parti del corpo finché la mucca non era legata a queste catene che adesso si tiravano dal soffitto.
Mentre ancora la legavano, a un certo punto uno si avvicinava alla testa della mucca, le posava una cosa sull’osso della testa e si sentiva come uno sparo e la mucca sembrava che cadesse e si mollava, si abbandonava sulle catene che la tenevano e iniziava a dondolare e noi ragazzi allora guardavamo il culo della mucca (che era rivolto verso di noi) perché quasi sempre la mucca morta iniziava a cagare e pisciare, quelli con il camice un po’ si spostavano, c’era uno scopino vecchissimo e una pompa dell’acqua e i tipi aspettavano che la carogna della mucca avesse finito e poi scopavano verso l’esterno il piscio e la merda, verso una canalina che lo faceva scorrere via.
A quel punto prendevano i coltelli e i seghetti e iniziavano a tagliare la mucca, la facevano a pezzi, tagliavano via la pelle, e la aprivano tirando fuori gli organi tra cui una sacca che era piena di una specie di erba bagnata, che i macellai laceravano, facendo uscire quest’erba bagnata e molla per poi buttarla via, c’era un odore di fresco e di carne nell’aria, c’era adrenalina in noi bambini che guardavamo quella bestia diventare una cosa, le ossa bianche, lo spolpamento fatto con i coltelli in un tempo tutto sommato ragionevolmente breve, ci sono cose che si fanno tutti i santi giorni che quando vai a dormire ti appaiono appena chiudi gli occhi, io per un certo periodo vedevo i girini morti di marco piccolo ogni volta che chiudevo gli occhi per dormire o i piccoli serpentelli del centipede o cose del genere, e mi chiedo se anche i macellai ogni volta che chiudevano gli occhi la sera per dormire vedessero i pezzi di ossa di mucca, e la pelle insanguinata e la carne i vari pezzi di carne tagliati in maniera diversa e quelle grosse pezze di grasso bianco che venivano tagliate via e buttate per terra con gli scarti, tutta quella bestia calda e grossa, pesante e stupida, diventare un prodotto di sant’olcese, una roba in vendita al dettaglio dal mio padrone di casa che stava con il suo camice bianco e con il coltello in mano a sorridere e affettare il prosciutto e il famoso salame dal marchio registrato.
Io li vedevo di notte ogni tanto, l’esplosione di questa mucca ridotta in pacchetti con il logo della macelleria di sant’olcese, vedevo i macellai senza faccia che in quella stanza con le piastrelle bianche tagliavano la mucca a pezzi e li avrei rivisti ancora per anni anche quando -da dietro il bancone- mi fecero usare per la prima volta l’affettatrice per preparare il mio primo pacchetto di prosciutto cotto da dare ai clienti, dall’altra parte del bancone avrei venduto il prodotto di quella mucca macellata per centinaia e centinaia di volte. ‘Questo è il mio corpo’ pensavo dopo aver chiuso il pacchetto con il prosciutto cotto, ‘questo è il mio corpo’ e lo davo alla signora che mi dava i soldi commossa nel vedere un bambinetto così piccolo fare già i lavori di macelleria.
‘Questo è il mio corpo’: e intanto dall’altra parte della strada PAC-MAN divorava ogni cosa con il suo appetito infinito.
Scusa, ma il famoso salame di Sant’Olcese è fatto sia di carne suina (maiali) che bovina (mucche). Peccato che quella bovina arrivi tutta dal Piemonte. Nelle variante Bianca Piemontese, se non sbaglio. Comunque, non si tratta di mucche locali. Poi, il prosciutto. Beh, che quello sia solo di maiale, si sa… Il crudo conservato con il sale, il cotto con lavorazioni più industrializzate.
Poi, Genoa andrebbe maiuscolo, ma amen.
Quindi, bel racconto, ricorda i bei tempi andati, anche solo di 30-40 anni fa, nei paesini italiani.
Però un po’ di confusione nel finale oppure troppe licenze poetiche.
Cos’ha l’autore, è vegetariano?
Complimenti Tevac comunque, sul serio.
Ti seguo da 10 anni.
Ciao
decisamente più “forte” rispetto al tuo solito…
belin! Cruda realtà che si finge di non conoscere, ma il racconto rimane comunque raccapricciante…
Articolo non esattamente idilliaco per un vegetariano come me….
A proposito di “acritti di spessore”, eccone uno. Finalmente. Sempre che si abbia fantasia di giocar di metafora..
neppure per un vegetariano come me, ma tant’è…
A mio avviso, i monologhi di Venerandi sono sempre piacevoli e mai di cattivo gusto, l’ho scoperto su Macworld e quando mi capita leggo sempre le sue metafore. Sinceri complimenti Fabrizio……