io, ce, figlio numero due e tucidide

Insomma ci stiamo baciando e cecilia dice che potremmo farlo sul tetto della tavernetta, che lì è abbastanza alto e non ci vedrebbe nessuno e ride e mi tira e io le dico eh ma forse è meglio di no, e lei dice perché, hai paura di cadere e fa la faccia rapita e io dico no, ma con la sfiga che abbiamo in questo periodo finiamo sicuro su google maps. 
E quindi niente, cecilia mi scivola tra le mani come un pesce e se ne va, con quel suo passo di chi non è che proprio mi detesta, anzi mi ama contro ogni logica, eppure detestarmi a ben pensarci non sarebbe una cattiva idea. 

Il giorno dopo mi alzo alle cinque di mattina, faccio piano, cerco di scendere le scale senza svegliare nessuno e appena faccio il primo scalino sento un vrrr continuo, mi giro intorno e non vedo niente sento solo il vrrrrr e penso che sia l’acqua che magari è rimasta aperta in bagno e vado a vedere e invece l’acqua è chiusa e si sente questo vrrrr ma solo nelle scale e io inizio a preoccuparmi, in casa mia ogni rumore è presagio di qualche cosa che si è rotta e ogni cosa che si è rotta è presagio di soldi da spendere per rimetterla in sesto, e soldi da spendere non sono un presagio di niente, non ci sono, e quindi mi stropiccio gli occhi che sono parecchio addormentati anche loro e poi finalmente su uno dei ripiani lo vedo, con la sua lucetta verde che lampeggia come impazzita. 
E’ il powerbook duo. 

Non lo uso da un anno buono, solo ieri l’ho acceso per vedere se funzionava e mica tanto e ora si è acceso da solo con l’hard disk che gira a mille e sembra volermi fare sentire il colpa con quel suo occhio verde che si accende e si spegne e il suo vrrrr che dice ‘venerandi mi hai portato anche all’inferno e ora mi lasci marcire su uno scaffale della scala? eh?’ 
Venerandi. 
Io lo prendo e vado in cucina, lo apro e scopro che non è acceso, è spento ma ha l’hard disk che chissà da quanto tempo sta andando da solo e ha la luce verde che si accende e si spegne e allora io premo il tasto di avvio e lui si accende davvero, mi mostra la faccia del macintosh felice, mi mostra le icone colorate del system 7.6 e poi mi avverte che la batteria è completamente scarica e si spegne del tutto, la cucina cade nel buio e nel silenzio, non sento niente, resto in mutande e pigiama con i ronzii delle cose elettriche che si consumano nella casa, sono le cinque e dieci e io non so se arrivo a stasera. 

“Ce’ stamattina il duo si è acceso da solo” 
“Che ore sono? Io stavo…” 
“Sono le cinque e il duo si è acceso da solo” 
“Le cinque” 
“Penso che sia un guasto, forse dovrei aprirlo” 
“No, non è un guasto” 
“Dici di no?” 
“E’ un avvertimento. E io te ne do un altro. Se continui a parlare e io non riesco a finire il mio sogno stai attento alle tue periferiche” 

Decido di far tesoro del suggerimento di cecilia e parto, vado in treno tenendomi stretto il powerbook 12” che sta per compiere quattro anni portati malissimo, una delle ragioni per cui ho smesso di fare retrocomputing è che apple fa di tutto per fare invecchiare le cose nel più breve tempo possibile, quando dico in giro che il mio portatile ha un G4 a un gigahertz e trentatré la gente mi guarda con tenerezza come se gli avessi detto che uso cose a transistor o che lavo i panni a mano, in pratica non devo neppure fare retrocomputing, ci pensa il computer a farlo. E allora mi siedo in treno e inizio a guardare la posta e quando arrivo a Borgo mi alzo, faccio per scendere e mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. Il treno è silenzioso, la gente si alza per scendere, tutti si guardano attorno come se mancasse qualcosa. 
Gli studenti. Non ci sono gli studenti. 
Non ci sono i miei studenti, e io scendo dal treno e non ci sono, nessuno che da lontano mi urli “oh proffe” con un ghigno diabolico e io inizio a dire che cazzo sta succedendo perché non ci sono gli studenti e più mi avvicino alla scuola più il clima è irreale e sembra un film di fantascienza in cui di notte è sparita una intera civiltà, in questo caso quella degli studenti di Borgo, e arrivo davanti alla scuola e ci sono anche le persiane della classi chiuse e inizio a chiedermi in quale dannata festività sono caduto, continuo a camminare come se niente fosse ma sono terrorizzato, magari la scuola è finita e io non lo sapevo, non vedo nessun professore nessuno studente e mi avvicino alla porta principale della scuola che è aperta e io entro e non c’è nessuno, c’è solo la bidella che quando mi vede fa un grosso sorriso e dice eh professor venerandi, ma lei rispondere al telefono, mai? 

In quel momento -a centinaia di chilometri di distanza- il satellite di google maps faceva partire il suo raggio laser per l’eliminazione dei professori supplenti ancora presenti nelle zone limitrofe di Borgo e io mandavo il mio grido di dolore.

Fabrizio Venerandi è nato a Genova nel 1970. Ha pubblicato “L’amore è un cavolfiore” (Coniglio editore, Roma, 2006), “Pantagrognomicon” (Di Salvo editore, Napoli, 2001), “Il trionfo dell’impiegato”, (Editrice zona, Genova, 1999). 
Ha partecipato alle antologie “Il bestiario” (Zandegù, Torino, 2006), “Suicidi falliti per motivi ridicoli” (a cura di Gianluca Morozzi e Gianmichele Lisai, Coniglio editore, Roma, 2006), “Essere magri in Italia” (Coniglio editore, Roma, 2005), “Jam session” (Lampi di stampa, Milano, 2004), “Swing in versi” (a cura di Guido Michelone e Tini Brunozzi Francesca, Lampi di stampa, Milano, 2004), “Poesia in azione” (Milanocosa, Milano, 2002). 
I suoi versi raccolti in “monitor” (2005) e “doctoribus cadde” (2002) sono stati stampati ne ifiglibelli di Mauro Mazzetti. Dal 2003 al 2006 ha curato la rubrica di racconti della rivista Macworld Italia. Nel 2007 ha curato per Mazzetti e lulu.com la raccolta Giovani Surrealisti Canadesi. 
Fa parte del laboratorio datti+venerandi. 
www.venerandi.com

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