io, ce, figlio numero due e tucidide

Il mare, l’estate, la salsedine, il sole, il caldo afoso che ti fa sudare senza che tu debba sentirti in colpa, perché tutto l’universo sta sudando con te, un grande pianeta che suda e che manda il suo odore così umano e pieno, le urla dei bambini, le autoambulanze che passano sull’aurelia, i treni da cui scendono ragazzine manga piene di tatuaggetti e filini ipodizzati che le avvolgono come collanine astrali, figlio numero due che gioca raggiante con il secchiello nuovo in un mescolame di pietre-scorie-alghe-merdame che non supererebbe nessun controllo sanitario anche blando, e finalmente il sottoscritto venerandi che, forte dei trentacinque e passa gradi celsius, ostenta una maglietta nera decathlon, un paio di pantaloni lunghi di volevamo-essere-flanella-ma-non-ci-siamo-riusciti, calzini neri alti e scarpe asics tenute assieme da una inusitata teoria di colle americane, e in mano, abbiamo quasi finito questa panoramica in tempo reale, in mano -dicevo- il secondo volume di ‘la guerra del peloponneso’ di Tucidide, tremendo fuori catalogo mondadori con rilegatura in vero scotch maròn da pacchi. Ma nella testa del venerandi le parole di tucidide approdano a fatica, un po’ come le navi ateniesi durante la disastrosa impresa di sicilia, non per il caldo che altrove avremmo potuto definire come ‘fottuto’, ma per un numero che rimbalza nella testa del venerandi, sei e cinquantasei, sei e cinquantasei, sei e cinquantasei, ad libitum, come la pallina bianca del PONG in una partita tra muri immensi.
Figlio numero due si alza, guarda l’orizzonte, guarda il fazzoletto di spiaggia libera di genova quinto, guarda le trenta persone trenta che hanno deciso di farsi bruciare in uno spazio che non basterebbe neppure per una partita amichevole di tennis da tavolo, guarda il mare color sciacquone su cui galleggiano cose in incerto stato conservativo, guarda il padre che sta pensando sei e cinquantasei, e poi alza un po’ il musetto e urla un frase confusa che viene recepita da tutta la spiaggia e che in soldoni vuol dire che il pisciolino di figlio numero due si è scaldato abbastanza dentro la sua vescichetta e deve uscire fuori a contaminare il mondo con le sua zaffate giallastre. Pipì. 
Papà pipì.

Il padre alza gli occhi da tucidide, osserva la vescichetta piena di pisciolo del figlio, osserva il mare color pisciolo di pesce e avvicinandosi a fatica alla banchina e quindi a figlio numero due gli dice a bassa voce -a simulare pudore- di farla pure nell’acqua, di andare un po’ più in là e di farla nel mare che il mare non se ne accorge.  Simone sbarra gli occhi e con frasi grammaticalmente stentate fa chiaramente capire che ha il costume e con il costume non può fare la pipì, perché la pipì finirebbe nel costume e lancia anche certe occhiate rancorose al padre come dire, come? sono due anni che mi càzzi quando faccio le mie goccioline nelle mutande e ora mi vuoi istigare a fare una intera pisciata addosso? ma che fine ha fatto il piano educativo tanto caro all’agesci? dove avete messo la tanto declamata coerenza genitoriale? Eh? 

Tutto questo in un solo sguardo, così il padre sospira, si gira verso la spiaggia dove legge nelle occhiate delle madri grasse, delle ragazzotte brufolose, nei magri canottisti che si cuociono al sole, la chiara condanna verso una tale pratica oscena e antigienica e sospira il buon vecchio caro venerandi, spinge il nuovo piccolo accidioso venerandi verso un angolo della spiaggetta, si toglie le scarpe asics gialle, si toglie i calzini neri rivelando all’umanità due piedi che sarebbero da soli il tema chiave di una lezione all’università di biologia, si arrotola i calzoni con fare pasoliniano, prende sotto braccio figlio numero due, lo cala in quella broda marina, gli tira giù il costumino e osserva con immutato candore lo zampillo d’amore renale che -già caldo di partenza- va a mescolarsi con altri liquidi caldi e freddi da millenni. 
Tucidide, in bilico tra l’ascella saporosa del padre e il mare-broda di quinto così diverso dalla sua zalassa greca, geme terrorizzato di finire affogato senza aver avuto neppure la possibilità di combattere degnamente. 
In quel momento padre venerandi si sente vibrare il culo. E’ cecilia, cioè magari, è il cellulare.
Con una mano (quella non libera) il venerandi continua a tenere il costumino del figlio numero due che ingenerosamente si volta a vedere meglio i movimenti paterni e così esonda parte delle sue cose interne sulla suddetta mano che stoica continua a non mollare la presa, mentre la seconda mano veneranda cerca di raggiungere il cellulare che continua a vibrare, mentre l’ascella manda stimoli di pericolo a tucidide che inizia dire oh venerandi attento venerandi, duemilaquattrocento anni per arrivare fino a te e tu mi ammazzi in questa merda di scarico marino?
Venerandi suda.
Alza lo sguardo giusto per scoprire di aver attratto la certa attenzione di un numero considerevole di spiaggianti che lo osservano dietro occhiali scuri con la stessa espressione indecifrabile che aveva Falco nei suoi video anni ottanta. Venerandi suda e le sue mani sudano, tira fuori il cellulare con fare salmonesco e lo porta all’orecchio, ormai tucidide ha lasciato la zona tricipite ed è in piena zona bicipide, o l’incontrario, insomma, sta scivolando.
“Pronto” mormora il venerandi e dall’altra parte c’è cecilia. 
“Vi divertite almeno voi?” chiede il mio amore con voce metallica e dolce nello stesso tempo.
Venerandi abbassa lo sguardo verso il pisciuolo di figlio numero due che sta sputacchiando le sue ultime gocce, guarda la spiaggia odorosa, guarda i relitti del supermercato che galleggiano a pochi metri dal figlio, osserva tucidide che si aggrappa al suo gomito con tutte le forze e poi sospira e dice sei e cinquantasei.
“Sei e cinquantasei” ripete cecilia.
“Esatto. Sei e cinquantasei”
“Cos…”
“Sei e cinquantasei per un secchiello”
“Ah”
“Parlo di euro. Sei e cinquantasei euro per un secchiello”
“E’ di ghisa?”
“No, plastica, ma sarei ingiusto a dire solo un secchiello. Per sei e cinquantasei mi hanno dato un secchiello di plastica, ho pagato un po’ di diritti di autore alla disney per alcuni disegni di un cartone animato che non ho mai visto, una paletta, un rastrellino, un coso con i buchi per scoprire le pepite d’oro e un aereo”
“Un aereo?”
“Una sagoma di aereo per essere precisi”
“Non una barca?”
“Decisamente no, aereo”
“Galleggia?”
“Non come dovrebbe galleggiare un aereo”
“Affonda?”
“No, fa il morto”
“Simone è contento?”
“‘spetta che chiedo”
Mi volto verso simone, lascio la mano, rialzo il suo costumino e gli chiedo se è contento e lui ride e dice che è bene. Bene, bene. Con un gesto salvo anche tucidide e lo riporto in piena zona ascellare.
“Simone dice che è bene”
“Fantastico”
“Torniamo al mio problema dei sei e cinquantasei”
“Certo”
“Io avevo dieci euro in tutto, pranzo compreso”
“O punti tutto sulla focaccia o ti consiglio di iniziare a lavorare sulla griglietta cerca pepite”
“Ottimo consiglio. Ma è anche una questione di principio. Una penna usb da un giga da saturn costa sei euro e novantanove. Capisci quanta tecnologia c’è dentro una penna usb e quante tecnologia c’è dentro un secchiello?”
“Chiedi a simone se preferisce una penna usb o un secchiello”
“‘spetta che chie… no, un attimo, questa è una domanda trabocchetto”
“…”
“Simone non capirebbe la profondità della mia domanda”
“Certo, senti devo tornare a lavorare”
“Vigliacca”
“Comunque sono felice di aver fatto questa telefonata e di aver sentito che vi divertite. Adesso lavorerò con molta più soddisfazione”
“Verrà lunedì anche per me” la minaccio.
Cecilia butta giù, io metto via il cellulare e resto immobile con i piedi nell’acqua mentre vedo che figlio numero due non sta degnando il secchiello nuovo di uno sguardo e si diverte a prendere la spazzatura rancida che il mare ha portato a riva e a ributtarla nel mare, l’ecologia dal verso sbagliato, il tutto sotto gli sguardi inorriditi di alcune nonne in giorno di riposo che a stento si trattengono dall’intervenire. E’ un amore solare, è tanto fragilotto il secondogenito e quando vede che lo sto guardando molla un qualcosa di rugginoso che ha in mano, si mette a correre nella mia direzione e appena è vicino si lancia verso di me, letteralmente, e io apro le braccia e lo prendo al volo e lo stringo ridendo e lui ride felice.

Grave scese in quel momento l’urlo di orrore di Tucidide ateniese, sommerso dalle scure onde del mare genovese.

 

Fabrizio Venerandi è nato a Genova nel 1970. Ha pubblicato “L’amore è un cavolfiore” (Coniglio editore, Roma, 2006), “Pantagrognomicon” (Di Salvo editore, Napoli, 2001), “Il trionfo dell’impiegato”, (Editrice zona, Genova, 1999). 
Ha partecipato alle antologie “Il bestiario” (Zandegù, Torino, 2006), “Suicidi falliti per motivi ridicoli” (a cura di Gianluca Morozzi e Gianmichele Lisai, Coniglio editore, Roma, 2006), “Essere magri in Italia” (Coniglio editore, Roma, 2005), “Jam session” (Lampi di stampa, Milano, 2004), “Swing in versi” (a cura di Guido Michelone e Tini Brunozzi Francesca, Lampi di stampa, Milano, 2004), “Poesia in azione” (Milanocosa, Milano, 2002). 
I suoi versi raccolti in “monitor” (2005) e “doctoribus cadde” (2002) sono stati stampati ne ifiglibelli di Mauro Mazzetti. Dal 2003 al 2006 ha curato la rubrica di racconti della rivista Macworld Italia. Nel 2007 ha curato per Mazzetti e lulu.com la raccolta Giovani Surrealisti Canadesi. 
Fa parte del laboratorio datti+venerandi. 
www.venerandi.com

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