io ce la de agostini e l’ufficio

Mi arriva questa email della de agostini e il soggetto dell’email è “Comunicazione Urgente” e io leggo e dico cazzo cazzo e poi sposto la mia testa dal monitor ad alcuni foglietti posati da un mesetto sulla mia scrivania, foglietti lunghi e stretti, avete presente, sono gli stramaledetti bollettini postali per gli stramaledetti dvd di “c’era una volta l’uomo“, sconsiderato regalo fatto al nostro primogenito assieme alla serie dvd di “lady oscar”, integrale, roba che stavamo per finire in rosso per questi dvd che ogni mese vengono alla porta a bussare, per fortuna che poi almeno lady oscar l’hanno ammazzata ed è finita lì. Ma “c’era una volta l’uomo” è immenso, non molla, parte dalla preistoria e arriva fino agli ufo, l’ultimo dvd arrivato mi pare che fosse nella rivoluzione francese, a meno che non fosse lady oscar. 
Quindi, niente, apro l’email con la morte nera nel cuore, la ricchezza non rende felici ma ci prova con una costanza ammirevole e quindi avere debiti è una cosa spiacevole e un po’ fuori moda, insomma apro l’email e leggo il testo che è di questo tenore “Gentile FABRIZIO conosciamo il tuo interesse per le nostre opere e naturalmente ne siamo contenti”.
E io già mi fermo e penso, beh, sto rendendo felice della gente, non è male. Non possono scrivermi per un debito. Sarebbe anche di cattivo gusto. Proseguo. “Per ringraziarti della preferenza che hai accordato a De Agostini, stai per ricevere in esclusiva la presentazione di un successo editoriale”.
E qui mi fermo di nuovo. Sto per ricevere qualcosa. Un regalo. E il regalo è una presentazione. Anzi, la presentazione di un successo editoriale. Sono visibilmente emozionato: mai nessuno mi ha regalato una presentazione. Vado avanti. 
“E per coccolarti abbiamo pensato a tutto: un regalo “puffosissimo” e straordinari premi firmati Giochi Preziosi e Caleffi…”. E qui mi rifermo a riflettere. Sono perplesso. Perché la de agostini vuole coccolarmi? E soprattutto: dove? Puffosissimo? Caleffi? E’ “puffosissimo” che mi mette in allarme, non sarà mica che la de agostini vuole mollarmi “I puffi” in DVD, oh, non ho niente contro il belgio, ma penso che I puffi in dvd sia roba al limite del sado-maso, cioé, *comprare* i puffi in DVD, no, stiamo scherzando.  E poi chi è caleffi? Non faceva scooter negli anni ottanta? Sono visibilmente perplesso. C’è ancora una frase nell’email, che spero che sia risolutiva e leggo tutto di un fiato: “… non vogliamo pero’ rovinarti la sorpresa, percio’ tieni d’occhio la tua buca delle lettere!”.  
E’ una minaccia. E’ chiaramente una minaccia. La perplessitudo lascia spazio a una certa paura, apro anche la porta per guardare la buca delle lettere, ma non c’è nessuno, torno indietro e mi siedo e seleziono l’email e la cancello. 
De Agostini. Sono gli stessi che mi hanno mandato un’email la settimana scorsa intitolata ‘Yes, We Ken il guerriero’. 
Non l’ho dovuta manco aprire, è finita da sola nella posta indesiderata, per la vergogna. 
Mi alzo. Mi chiedo chi credano che io sia. Dico, la de agostini. Chi credano che io sia. Yes we ken. Tutto è possibile, bollettini postali permettendo. 
Credono che io sia un bambino, o uno che ha il terrore di non esserlo più, ed è disposto a pagare per dimenticarlo un pochino. Magari hanno anche ragione.
Sopra, i figli veri mandano urli.
Salgo le scale e arrivo dove i miei pargoletti tentano di dormire urlandosi frasi senza senso e saltando da un letto a quello vicino. Li cazzio, con tutta la paternità che mi è concessa, e poi mi sdraio vicino al secondogenito che ho paura sempre di avergli fatto meno coccole del primo e quindi lo sto candidamente viziando, e quello mi chiede di raccontargli una favola. 
“Papà mi racconti la favola di cappuccetto rosso”
“Ok, però poi nanna eh” faccio io.
“Sì papà”
“Allora, c’era una bambina che si chiamava cappuccetto rosso e…”
“Papà però la voglio con-senza lupo” mi dice interrompendomi.
“Con-senza lupo” faccio io. 
Con-senza è l’equivalente di simone per ‘senza’. Lo fanno anche gli inglesi. 
“Favola cappuccetto rosso, con-senza lupo” ribadisce.
“Cioè devo raccontarti la favola di cappuccetto rosso, ma senza che ci sia il lupo?”
E lui fa sì sì con la testa e mi abbraccia e mi schiarisco la voce e inizio questa favola in cui cappuccetto rosso va dalla nonna e per strada non le succede niente, arriva dalla nonna e c’è un tripudio di abbracci e di mangiate di torte e alla fine cappuccetto rosso torna a casa e va tutto bene e simone è contento, ride e mi stringe e peraltro in questa versione dura la metà dell’altra, quindi ho anche io il mio vantaggio anche se alla fine non sono molto soddisfatto, me ne vado e mi pare di aver mentito. 
Essere bambini è anche aver visto un lupo che divora una bambina in odore di verginità.
E’ nero.
Quando mi sveglio vedo soltanto l’ombra di mio figlio primogenito immersa nella notte e seduta sulla mia pancia e mi sta osservando e io respiro a fatichissima e dico ma chicco cosa…
“Non mi chiamo chicco. Sono quello biondo che poi diventa cattivo”
“Quello…”
“Il bambino biondo che poi diventa cattivo”
“Anakin”
“Bravo papà sono Anakin”
“Ma chicco perché sei sveglio, è buio, è notte”
“Io ho scelto la parte oscura”
“Osc…”
“Quindi ho pensato di stare di notte. Ho messo la sveglia”
“Chicco”
“Eh?”
“Io non ho scelto la parte oscura. Io dormo. Domani devo tornare in ufficio”
E chicco-anakin sparisce nel nulla e io torno a dormire  forse dico forse potrei aver sognato tutto questo aiutato dal fatto che abbiamo avuto la pessima pessima idea di farci prestare tutta le sestologia di Guerre Stellari di Lucas e di averla vista tutta assieme ai figli così ora casa nostra sembra un periferia dell’impero. 
Disegni, lego, cazzatine, tutto porta all’impero del male e mentre mi dirigo verso l’ufficio con il mio people kymko grigio nero sento una voce dentro di me che mi dice usa la forza giovane venerandi usa la forza e la cosa mi fa piacere soprattutto per il giovane e io sospiro e vado verso la mia morte nera personale, la mia azienda.
La vita in ufficio è bellissima: al caldo, davanti a un computer, con internet, fogli di contabilità da srotolare dentro al computer, niente figli, niente donne, insomma: il paradiso in terra. Per uno o due giorni almeno. Dal terzo in poi inizi a mordere la scrivania, vuoi uscire da quel posto irreale e quel che è peggio non sai neppure precisamente per andare dove. Sai che fuori esiste un mondo vero e che tu invece sei lì, in ufficio, a vivere in un sogno che nessuno sta avendo.
Però io sopporto tutto questo perché sono fortunato e la mia scrivania è fatta ad arco. Ad arco, capite? Wow! Ci stanno un sacco di fogli, di pinzatrici. Ho anche molti raccoglitori semitrasparenti. Il paradiso, dicevo.
Quando sento il telefono che bippa lo guardo e vedo che sono interni che mi chiamano, due interni che mi vogliono e io so, lo capisco, che sono due colleghi che sono incompresi dall’informatica. L’informatica ha questa cosa che viene scarsamente compresa da chi la usa ogni giorno senza conoscerla. Lascio un po’ le luci bippare e per un attimo penso che potrei anche non rispondere, restare lì a vedere quelle lucine che si accendono e si spengono come quelle del titanic che lentamente affondava nelle acque gelide di hollywood. 
Sospiro. Penso alle cose belle della vita. Al cud.
Alzo la cornetta.
- Pron…
- Venerandi! Devi venire ho un problema.
- Che genere.
- Il computer si è rotto.
- Rotto. Esce del fumo?
- No, no, niente fumo, lo accendo e lui non fa niente.
- Chiamalo scemo.
- Si avvia e poi appare la scrivania e io muovo il mouse e non succede niente.
- Capisco.
- Muovo il mouse non fa niente.
- Il mouse.
- Sì, lo muovo e la freccina resta immobile.
- Ha il filo?
- La freccina? No, ha una codina bianca piccola.
- Il mouse ha il filo?
- Ah. Non so.
- Puoi guardare?
- Non ha il filo.
- Le pile.
- Che pile?
- Si sono scaricate le pile.
- Di che pile stai parlando.
- Dentro al mouse ci sono delle pile. Verosimilmente si sono scaricate.
- Non credo.
- Non credi.
- No, non hai capito il problema. Prima funzionava e poi di colpo non si muove la freccia. Non possono essere le pile.
- E perché non possono essere le pile?
- Perché le pile non si scaricano così.
- Così come?
- Così di colpo.
- E cosa dovrebbero fare, rantolare? Gemere di dolore? 
- Ma così di colpo è strano.
- Non volevo dirtelo. Ma è così anche la vita.
- Cosa…
- Un giorno ci sei, e il giorno dopo, zan, segato.
- Oh venerandi vaffanculo eh.
- Togli le mani da lì e cambia le pile.
Butto giù e ridacchiando vado al piano di sotto dal secondo collega. Dovrebbero benedire queste persone. Sono il sale della vita. In fondo mi piacciono perché fanno sembrare che io sia intelligente, mentre sono solo un po’ perspicace. 
Appena entro nell’ufficio del secondo collega quello si gira verso di me e  mi dice oh venerandi finalmente, ho un problema con il computer, e ha il viso di una persona visibilmente preoccupata. “Non riesco a cancellare le pagine” dice aggrottando le sopracciglia. 
“Sono già caldo, vai”
“Insomma io apro xprìs”
“xpris?”
“Si. Quark xprìs”
“Capisco”
“E ho il mio documento”
“Bene”
“E decido di cancellare una pagina”
“Eh”
“La seleziono” e intanto che parla seleziona effettivamente una pagina da Xpress. “E poi la cancello” spiega e va sull’icona della cancellazione della pagina e io guardo e vedo che la pagina si cancella. 
Il collega rimane immobile a fissare lo schermo. Io rimango immobile a fissare la nuca del collega per un tempo considerevolmente lungo.
“L’ha cancellata” mormoro io alla fine, nel silenzio irreale dell’ufficio.
Il collega si gira finalmente verso di me. Ha la faccia deformata da un ghigno.
“Certo. L’ha cancellata” dice buttandosi contro lo schienale della sedia.
“Beh allora…”
“Perché ci sei tu!” esclama con un il viso acceso. Mi indica con il dito. Adesso è paonazzo.
“Oddio”
“Di solito non la cancella! Sono tre ore che ci provo e non si cancellava!”. 
Ansima.
Mi avvicino al computer del secondo collega e ci metto le mani sopra, a qualche centimetro di distanza e poi lentamente mormoro ‘io… ti… ordino… di… obbedire… al… mio… collega…” e poi tolgo le mani ed esco dall’ufficio camminando all’indietro e tenendo i palmi sempre rivolti verso il computer.
Il collega un po’ ride, un po’ tocca il mouse e poi torna a usare il suo computer con-senza virus.
Io fuggo verso la macchina del caffè mentre altrove, a chilometri e chilometri di distanza, un postino ignaro con in mano un regalo puffosissimo viene assalito nel vano scale dalla reincarnazione del giovane Anakin con tanto di spada laser snodabile.  

 

NdR: qui per i precedenti racconti della serie “io e ce”, pubblicati su Tevac prima di gennaio 2009

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