La seconda esplosione

Mi accorgo di invecchiare per diversi motivi: sono molto più affascinante, dico fisicamente, quando non mi trema la voce sembro anche una persona professionale, guardo il mio passato e vedo un sacco di roba buona che ho fatto e sono infinitamente curioso, vorrei imparare tutto, insomma sono come un adolescente ma con meno problemi di acne e di far vedere quanto sono bravo e incredibilmente nuovo, lo sono già stato, dico, incredibilmente nuovo, ora devo semmai riempirmi di bellezza e esondare questa bellezza nel mondo, e fare in modo che questo movimento di ingresso/uscita di bellezza produca reddito tassabile, quest’ultima cosa è la più infernale delle cose e non dipende direttamente da me ma dalla società in cui vivo che è la migliore possibile finché produci reddito. Incidentalmente i metodi più banali per produrre reddito difficilmente hanno a che fare con la bellezza, anzi di solito sono collegati a doppia mandata con l’orrore del mondo, con l’ansia, la paura, il debito economico, l’accettazione di meccanismi sociali e finanziari che dovrebbero essere banditi dalla civiltà ho anche una terza figlia, questa è una grossa novità, ho una terza figlia, cioè una prima figlia, ma terza cosa generata grazie ai miei sapidi vermetti, una figlia microscopica, con lo sguardo atterrito di una regina che non sa ancora cosa vuole, ma sa che lo otterrà dopo grandi battaglie e spargimenti di liquidi a base salina.

Un tempo pensavo che sarei diventato un grande scrittore, mi ero posto anche un obiettivo, o divento un grande scrittore entro i quaranta, o smetto di scrivere. Avevo vent’anni e rotti e pensavo che pubblicare per feltrinelli, mondadori, einaudi, adelphi, sellerio fosse la grande cosa da fare. Ero nato negli anni ottanta, ero cresciuto guardando dj television, come potevo sbagliare? Pensavo che essere scrittori fosse come essere una pop star, la mitologia, essere letti, essere qualcuno o qualcosa che viene letto da migliaia di persone, cosa c’è di male in questo desiderio assoluto? Almeno non si sporcano lenzuola.

Ieri ero in auto, con mia figlia, e sentivo la radio una trasmissione su radio 2, un programma che tesseva la mitologia rock. Di chi? Dei depeche mode. I depeche mode. La voce dalla radio diceva che chi non è cresciuto negli anni ottanta non può capire l’emozione che si prova ad ascoltare oggi l’ultimo singolo dei depeche mode, una struggente canzone d’amore con un video ambientato in una chiesa abbandonata. E poi la voce fa un flashback e descrive il momento di massima gloria dei depeche mode, di quando sfondano in america, il live in cui sono al top. Millenovecentottantotto. E invece da lì a pochi anni, la droga, il cuore fermo per due minuti per overdose di uno della band. Il male di vivere.

Quando la voce ha detto il male di vivere riferito ai depeche mode, ho sbandato.

La voce ha poi detto, però poi i depeche mode sono riusciti a risalire la china, un processo di disintossicazione, un nuovo bellissimo singolo, come questo: e mandano una intera canzone che passa nell’abitacolo, arriva a mia figlia che ha un anno e un mese e che apre la bocca e mi dice, senza parlare, ma papà, perché? Perché, ancora, a quarantatré anni?

La guardo con lo specchietto retrovisore e penso che anche lei finirà in questo meccanismo, si appenderà i poster della pop-cosa di turno, si metterà lo sfondo di qualcosa da qualche parte, comprerà delle riviste piene di scritte gonfie e rosa. Soffrirà per amore, farà soffrire. Si identificherà con qualcosa e qualcuno, lo faccio ancora io oggi.

Però da certe cose sono uscito. Ho superato i depeche mode, sono uscito da quella cosa che è la mitologia del prodotto. Non ho più la mitologia del prodotto. Posso solo provare il rimpianto per tutti i sogni che la gente ci ha speso sopra queste mitologie e cogliere i bagliori di bellezza che ne sono usciti.

Steve Jobs è morto, il papa no.

Agli scout mi dicevano sempre che dovevo capire il piano che Dio aveva su di me, capire quali sono i miei talenti e farli fruttare, me lo ripetevano spesso. Io non lo sapevo il piano che Dio aveva su di me e non sapevo quali fossero i miei talenti. Ho sempre pensato che questa cosa di capire quali fossero i miei talenti significasse in un certo senso stattene buono. Non potevo non pensare che mi dicessero, stattene buono. Oggi, se devo pensare a un talento che ho e che spero di passare ai miei tre figli, solo uno, ecco quel talento è quello di occupare gli spazi vuoti.

Avete presente, si sente un boato e alcuni scappano, altri corrono verso l’origine. Ci sono un po’ di persone che guardano invece le masse in movimento, vedono che si formano questi spazi vuoti. E camminano e si mettono lì, in questi spazi vuoti, scomodi, e aspettano la seconda esplosione.

 

 

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Un Commento a “La seconda esplosione”

  1. francesco germinara 28 marzo 2013 at 08:01 #

    Semplicemente bellissimo… sai quante volte mi volto indietro a pensare
    a quanto ho fatto un questi 47 anni … e nonostante
    tutto… sogno ancora ! inguariblie 🙂

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