La testa tra le nuvole

Nuvole - Cloud Computing - iCloud

Con le prossime versioni di sistemi operativi, e con iCloud, probabilmente ci troveremo di fronte alla cosa migliore che Apple ha pensato negli ultimi anni, un qualcosa di davvero innovativo, sulla carta, per l’utente finale.

La parola magica è “sincronizzazione”. Meglio di qualsiasi utility, meglio di MobileMe (e meno male…), ma soprattutto in modo completamente trasparente per l’utilizzatore, che in teoria non deve più preoccuparsi di nulla se non di utilizzare il suo ID (ovviamente Apple ID) nei vari Mac o device in suo possesso.

Apple non ha certo inventato il cloud computing, fior di aziende tentano di vendercelo in tutte le salse a partire da Microsoft con il suo Azure, IBM e persino Telecom. Diciamo che Apple, per quello che ci è dato di vedere almeno per ora, ha preso il cloud computing e lo ha rigirato a modo suo, migliorandolo come spesso ha fatto con altre tecnologie su cui ha messo le mani.

Avendo a che fare con le cose di Internet tutti i giorni, con le cose di Apple da diversi anni, ma soprattutto con utilizzatori più o meno capaci da assistere, e per finire essendo un (abbastanza soddisfatto) utente di MobileMe da quando si chiamava .Mac, qualche domandina mi viene spontanea.

Non è che, viste le esperienze con iDisk, iCloud erediterà i suoi momenti di insopportabile lentezza, e non è che le italiche connessioni, prestanti da paese industrializzato solo in pochi kmq della penisola,  saranno nella media abbastanza inadatte per questo tipo di servizi?

Prestazioni a parte gli altri dubbi, i principali, riguardano l’approccio che gli utenti potranno avere con questo nuovo modo di gestire i propri dati.

iDisk,  Dropbox e compagnia bella ci hanno già abituato a tenere i dati altrove, per averli disponibili ovunque, ma il poterlo fare non è proprio trasparente e alla portata di tutti, l’utente deve sentirne il bisogno e ci deve lavorare un po’ perché tutto fili liscio. Bisogna anche abituarcisi, non è la stessa cosa di avere qualche chiavetta USB o disco rigido, decisamente rassicuranti per i più, a portata di mano.

iCloud spazza via paure e difficoltà, tutto è assolutamente trasparente e sono le applicazioni ad occuparsene, l’utente deve solo tenere a memoria il proprio ID e la relativa password, il resto viene da solo indipendentemente che si usi un Mac, un iPhone o un iPad.

Tutta questa facilità d’uso, senza apparenti complicazioni, potrebbe portare a delle cattive abitudini, come il fidarsi troppo, sulla tipologia di dati che si possono lasciare tra le nuvole, sulla loro sicurezza, sulla fiducia verso chi si affida.

La fiducia è una cosa seria, lo hanno imparato a proprie spese i frequentatori del PlayStation Network, le garanzie di affidabilità del servizio pure, e qui abbiamo un esempio recente molto vicino, nella server farm aretina di Aruba, ma l’autolesionismo in cui riescono gli utenti che non danno troppa importanza alla sicurezza dei propri dati ha del disarmante.

Quando il sistema è troppo rassicurante e facile da usare, si tende ancor di più a trascurare anche le più elementari norme di sicurezza, potrei scrivere un piccolo trattato in materia viste le password che vedo mettere agli account di posta elettronica e FTP..

Pare poi che gli utenti Apple, riguardo la loro sicurezza (se questa viene espressa nelle password utilizzate), siano da prendere ad esempio. negativo si intende, come citava qualche settimana fa il blog Mela Marcia:

No, non parliamo (ancora) di iCloud. Ma dei possessori di iPhone che scelgono password, pescando in un campionario di faciloneria: “1234” (8884 casi, pari al 4.34%). Il secondo codice più diffuso è “0000” (5246 casi) ed in terza posizione viene il “2580” (i numeri della fila verticale centrale sulla tastiera: in 4723 di casi).

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4 Commenti a “La testa tra le nuvole”

  1. Furio Neri 28 giugno 2011 at 09:17 #

    Fra i tanti elementi citati da Rob ne voglio prendere in considerazione “solo” due: connessione stabile e veloce, e sicurezza dei dati.
    Sono i due elementi che al momento mi fanno propendere per una certa cautela nei confronti della nuvola.
    La connettività HSPA in Italia è tutt’altro che (ben) distribuita ed efficace; è sotto gli occhi di tutti come sia a chiazze anche in zone dove ci si aspetterebbe il contrario, e in quei casi addio accesso alla nuvola. Alcuni esempi: all’interno di molti edifici, anche in città di grandi dimensioni, il segnale arriva con difficoltà o la banda disponibile è larga come una riga di matita. Se, durante una classica riunione in una saletta d’albergo (i progettisti prediligono la loro collocazione sottoterra…), avete bisogno di connettervi per recuperare qualche file dovete pregare che l’albergo medesimo renda disponibile una connessione wi-fi decente, altrimenti non se ne fa niente; e allora? Uso la nuvola, ma “per precauzione” porto con me anche una collezione di supporti fisici?
    Un altro esempio pratico, al di fuori dell’attività professionale: avete mai provato una geolocalizzazione con iPhone su un sentiero di montagna? Facilissimo acquisire il segnale GPS ma quasi mai la carta della zona (tranne che su una pista da sci, ma lì fate prima a chiedere dove siete al primo che passa…). E’ vero che mi restituisce le coordinate lat/long, ma a quel punto devo avere anche una carta…di carta (che proprio per quello è SEMPRE nel mio zaino…)! E in quel caso la nuvola, al massimo, mi scarica addosso un temporale.
    Sicurezza: non entro nel merito della sicurezza intrinseca della nuvola e di chi la gestisce e offre; mi fermo ad un livello molto più basso, quello dell’utente (utonto?). La consapevolezza della violabilità dei dati NON è un patrimonio diffuso. Talvolta i sistemi di sicurezza, anche quelli di più basso livello come userid e pswd, vengono percepiti come un fastidio. Non si capisce a che servono.
    Presso aziende clienti ho sempre verificato che la realtà è rappresentata da password “ereditarie” (cambia l’impiegato e resta la stessa pswd), password “post-it” (scritte sui famosi biglietti adesivi, attaccate a fianco del computer) e a password “sociali” (una stessa pswd per più persone); e questo giusto per citare alcune abitudini che non sono solo malsane, ma che costituiscono anche violazione della legge (196/2003 Codice Privacy). Se coloro che non considerano importante la sicurezza arrecassero danno solo a se stessi ce la si potrebbe cavare con una scrollata di spalle, tanto sono fatti loro. In realtà la “loro” insicurezza può mettere a repentaglio la “nostra” sicurezza, proprio perchè anche i nostri dati sono nella stessa nuvola, e un indebolimento di una parte del sistema è un indebolimento di tutto il sistema. Gli hacker ringraziano.
    Intendiamoci: io sono assolutamente affascinato dalle soluzioni “cloud” e interessato a utilizzarle, prima o poi, ma non credo che vadano prese alla leggera.

  2. Puce 28 giugno 2011 at 15:02 #

    Ciao Rob,

    volevo giusto far presente che iCloud non sarà come tutti gli altri cloud che abbiamo imparato a conoscere fino ad oggi: iCloud sarà una sorta di “sincronizzatore totale” che (di riflesso) fa anche da backup online… in più conserva la memoria storica di tutto cià che hai acquistato da Apple (musica e App) così da poterle ripristinare in ogni momento su ogni device o computer. Riassumendo: non pensare di farci quello che oggi fai con DropBox, non nello stesso modo perlomeno…
    Giusto per dirne una, il da-te-citato “iDisk” non sarà più incluso tra i servizi di iCloud (il che, volendo, spaventa un po’, visto che non è ancora ben chiaro come transiteranno i “documenti” tra i vari device… tantopiù che iOS non ha un FileManager, perlomeno non fino alla versione attuale).
    Riguardo i possibili problemi di lentezza, credo che Apple ci abbia messo del suo nel cercare di risolverli (i Data-Center che ha costruito non sono certo uno scherzo), e dalle mie parti, fortunatamente, non ho mai sofferto della lentezza dei servizi di iTunes che altri hanno denunciato qui… l’unica cosa lenta era l’iDisk, che non ci sarà più…

    • Roberto Rota 28 giugno 2011 at 15:10 #

      Infatti, caro Domenico, che fosse qualcosa di più di un normale cloud si capisce, e secondo me sulla carta è davvero innovativo e per certi aspetti rivoluzionario, se ci si può azzardare, riguardo l’utilizzo del computer come lo abbiamo visto fino ad ora.

      Quando poi si arriverà ad usarlo, quando arriverà anche da noi, allora parleremo in concreto anche di sicurezza e compagnia bella.

      rob

  3. francescodelia 29 giugno 2011 at 08:26 #

    Avere accesso ai dati è una cosa importante.. Se mi serve un documento devo poterne disporre e questo a causa della necessità di connettermi unita ad eventuali malfunzionamenti del sistema non me lo garantisce.. Google Gears mi consente di avere offline i miei documenti di Google Apps ed è già qualcosa.. La sicurezza.. Nella rete della commissione antimafia ad una verifica sono stati trovati 43 utenti amministratori sconosciuti dei quali 18 con accesso remoto, questo la dice lunga sulla “sicurezza”.. Tutti parlano di sicurezza e riservatezza dei propri dati, ma quali saranno mai..? I dati da rendere sicuri possono esserlo mediante molte procedure e chi ha davvero questa esigenza o sa come fare o si rivolge a qualcuno che sa come fare..
    Documenti Office o PDF e archivi zip possono essere protetti con password, immagini disco criptate fino a 256 bit se serve si fa se non serve è paranoia.. La vera comodità della cloud è la possibilità di condivisione e l’accesso da qualunque postazione, funzionalità che fanno a cazzotti col concetto di riservatezza.. Se poi devo portarmi appresso il mio computer, perché devo accedere ai dati in cloud se li ho con me..?
    Insomma, un tantino di razionalità non fa mai male..

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