Le tastiere a corsa breve: praticamente necessarie (a prescindere dall’estetica)

 

di: Guido Tedoldi

In questo post intendo fare qualche considerazione sulle tastiere dei Mac, e più in generale degli strumenti per scrivere (quindi anche pc con altri sistemi operativi e macchine per scrivere meccaniche). L’ispirazione mi è venuta qualche giorno fa, quando ho visto il tasto della «a» un po’ sbiadito sulla tastiera del mio iMac di plastica bianca del 2006. Anche il tasto «s», che gli sta vicino, a guardar bene è un po’ meno vivido rispetto agli altri. Ma non è quello il motivo per cui utilizzo sempre meno quella tastiera e cerco invece pretesti per usare quella della mia seconda macchina, un MacBook Pro del 2010. Semplicemente la sua tastiera (quella con i tasti neri, a corsa breve, retroilluminata) è quella più comoda di cui dispongo per scrivere, e quella con cui faccio meno errori di battitura.
Questo aspetto, degli errori di battitura, è quello decisivo. Ed è reso possibile dalla minor forza necessaria per ottenere risposta soddisfacente dai singoli tasti – in particolare quelli che devono essere premuti con le dita della mano sinistra, e ancor più in particolare con le dita esterne, il mignolo e l’anulare.

Faccio un passo indietro. Quando ho cominciato a fare il mestiere di scrivere, lo strumento più utilizzato era ancora la macchina per scrivere meccanica. E su quegli strumenti la priorità non era tanto velocizzare il flusso della dattilografia quanto, piuttosto, rallentarlo. Con dita troppo veloci c’era infatti il rischio che i martelletti porta caratteri si incrociassero nella loro corsa, e che la battitura delle doppie generasse scompiglio.
I costruttori utilizzarono due stratagemmi per rallentare i dattilografi: innanzitutto, tasti a corsa lunga e da pigiare con una certa forza; e poi layout della tastiera tali da costringere a un uso maggiore della mano sinistra, più debole nella maggior parte degli utilizzatori destrimani.
Per noi italiani, la conseguenza fu che il layout qzerty aveva nella parte sinistra le lettere «a», «e» ed «s», cioè le più utilizzate statisticamente nelle parole della nostra lingua.

Per me personalmente tutto ciò era quasi angosciante. Non ho mai seguito un corso di dattilografia, per cui tutta la mia competenza l’ho guadagnata sul campo a furor di errori di digitazione, incroci di lettere, ecc. ecc. ecc. Tante mie pagine erano campi di battaglia ripuliti a colpi di bianchetto – con tempi doppi o tripli rispetto al normale per ottenere risultati appena decenti dal punto di vista formale.
Fossi nato qualche anno prima, avrei probabilmente smesso di scrivere. Invece ho incrociato lo sviluppo roboante dei computer, e grazie a essi ho smesso di utilizzare litri di bianchetto, sostituito dai tasti di cancellazione in avanti o all’indietro. Sospiro di sollievo.
Ok, il layout più utilizzato in Italia era quello statunitense, il qwerty, con l’aggiunta delle lettere accentate. Significava ancora che le lettere più utilizzate stavano sulla parte sinistra della tastiera, ma perlomeno ci voleva meno forza rispetto alle macchine per scrivere. C’era un problema inedito: se non si centrava esattamente il tasto, il ditone ne schiacciava alcuni altri insieme. Ma era tutto sommato un ostacolo accettabile.

Ehm.
Ci voleva meno forza, ma lo stesso occorreva spingere le dita in profondità. Il primo giornale con cui ho collaborato in maniera seria disponeva di computer Ibm, con tastiere concepite per resistere a tutto. Era come se gli ingegneri non avessero perso tempo a progettarle, ma avessero semplicemente trasportato una macchina per scrivere dentro un computer. Facevano anche un rumore devastante, e dopo poche lettere digitate occorreva guardare lo schermo per accertarsi di non aver commesso errori troppo grossi. Di andare veloci, con quegli strumenti, non se ne parlava – ma perlomeno la produttività non ne risentiva (be’, non troppo).
In un altro giornale utilizzavano dei Mac, Performa e Quadra. Avevano tastiere gigantesche a prova di quasi tutto, ma rispetto alle Ibm erano molto più soffici e facevano pure meno rumore. La mano sinistra, però, soffriva ancora.

Il primo Mac che ho usato massicciamente a casa oltre che la lavoro, è stato l’iMac colorato. La sua tastiera era nera e il suo mouse tondo. Aveva tasti ancora a corsa parecchio lunga, e la mia mano sinistra non era mai del tutto forte e abile quanto occorreva. Però quello passava il convento, e tutto sommato non è che vedessi in circolazione prodotti migliori.
In quel periodo lessi in internet una serie di articoli di Fabrizio Venerandi, in cui raccontava la sua vita quotidiana di scrittore massivo e di cercatore della tastiera perfetta. A quanto sembrava quella tastiera esisteva, e lui l’aveva trovata sul sito web di una benemerita azienda americana.
Le mie ricerche, più limitate, si fermavano a visite allo Smau dove aziende come Logitech presentavano le loro novità. Che non erano poi molto diverse, dal punto di vista estetico, rispetto alla tastiera Mac, e sembravano venire dalla stessa tecnologia dei tasti a corsa lunga.

Quando comprai l’iMac 20” plasticoso, la sua tastiera era ancora di quella specie. Una rivisitazione estetica di Jonathan Ive, un tocco di bianco invece che di nero – ma tasti a corsa lunga ed errori, errori, errori (colpa della mia imperizia) che rallentavano di brutto qualsiasi operazione.
Il fatto era che non sembrava un vero problema. Ci ho scritto qualche migliaio di articoli e di mail, ci ho chattato per ore, ho portato a termine almeno 4 libri, alcuni altri li ho cominciati e poi messi a riposare negli hard disk di backup. Poiché quello era lo strumento, quello usavo.
Anche perché, sui portatili, intanto si cominciava a vedere qualcosa di diverso. Tastiere a corsa breve… ma con i singoli tasti praticamente incollati tra di loro, e quindi a rischio di essere schiacciati in contemporanea a mazzi.

Mi pareva un esempio lampante di tecnologia che lavora per se stessa e non per risolvere i problemi degli utenti. O forse ero io, con la mia quantità di scrittura esagerata e con la fisiologia delle mie mani non del tutto centrata, a essere «fuori mercato». Cioè, se a milioni di persone andavano bene le tastiere a corsa lunga, e ne compravano a milioni di esemplari, era ovvio che le aziende costruissero quelle, e che ingegneri e designer si concentrassero su quel tipo di prodotto.

Fino a che, nel 2010, ecco il mio MacBook Pro di alluminio. Un colpo di fulmine.
Tastiera nera, retroilluminata. Bella, dicevano le recensioni che leggevo. Gran lavoro di sir Ive, sua maestà del design industriale. Ma stavolta quel genio non si era limitato ad apportare qualche ritocco estetico qua e là. Era andato più in profondità. Aveva messo nel Mac la tastiera per il resto di noi – che digitiamo come forsennati per molte ore al giorno.
Finalmente veloce e utilizzabile, pensavo io. Con i tasti ben separati, così per schiacciarne un mazzo insieme devi proprio fare apposta. E a corsa breve, così che anche la mano sinistra più debole non faccia danni. E con le lettere incise invece che stampate, così non c’è strisciamento (invece che battitura, capita con le dita più lontane e deboli) che possa far danni… non dopo appena 8 anni di utilizzo, perlomeno.
La metterà pure negli iMac da scrivania? mi domandavo. Sì, l’ha messa anche in quelli. Gli iMac di metallo adesso hanno la tastiera a corsa breve.

Quasi tutte le recensioni che ho letto hanno evidenziato l’aspetto estetico, come d’altra parte lo stesso sito della Apple.
Invece.
Cioè, intendiamoci, l’estetica è soddisfatta. Però, come spesso capita per i prodotti Apple, dentro c’è senso, c’è efficacia nell’utilizzo. C’è miglioramento tecnologico che si traduce in miglioramento delle possibilità umane.

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4 Commenti a “Le tastiere a corsa breve: praticamente necessarie (a prescindere dall’estetica)”

  1. andreaci86 3 marzo 2014 at 09:04 #

    Una sola piccola nota: quella tastiera è di Sony

    • Signor D 5 marzo 2014 at 10:07 #

      Scusa Andrea, ma… a quale ti riferisci?

      D

  2. Signor D 5 marzo 2014 at 09:55 #

    In effetti se la tastiera del mio MacBook non fosse fatta bene, non avrei già più tre tasti almeno, oramai cancellati dall’usura. Al tempo stesso, però, il tuo MacBook Pro, Guido, ha una tastiera ergonomicamente pessima: la scelta del colore nero è assolutamente biasimevole e favorisce problemi di salute. Nell’usare la tastiera, infatti, gli occhi passano dal fissare lo schermo (fonte di luce) alla tastiera, inevitabilmente meno luminosa. Se questa è nera, diventa ancora più dura la transizione, affaticando gli occhi e rischiando di causare, almeno, mal di testa. Piatta sì, ma bianca (o grigia, al massimo!).

    D

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  1. Varie forme di scrittura… musicale - - tevac - 8 dicembre 2014

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