Quando arrivò il pacman

fabriziovenerandi

Quando arrivò il PACMAN noi eravamo nella piazza davanti alla chiesa che giocavamo a pallamuro con un SUPERTELE rosso, parzialmente deformato dal caldo, che -di tanto in tanto- schizzava nel cielo con un suono come di esplosione sorda.
L’arrivo del PACMAN a sant’olcese fu una specie di funerale a rovescio, dalla curva del tabacchino spuntò l’ape con caricato dietro il PACMAN, disteso lungo come una cassa da morto, con sui lati i disegni del PACMAN antropomorfo che sorridendo salutava con i suoi guanti gialli, lo schermo nero e spento girato verso il cielo azzurro. L’ape arrancava a fatica sotto al peso del cabinato del PACMAN, lentamente scatarrava nella silenziosa aria di un mattino estivo, sembrava che da un momento all’altro si sarebbe schiantata contro uno dei muri di cemento slabbrato che cingevano la curvilinea strada di sant’olcese centro. Invece con un ruggito riuscì a fermarsi davanti l’ingresso del circolo ACLI. Il tipo dentro all’ape non aveva niente di tecnologico, saltò giù dal posto di guidatore e iniziò a muovere il PACMAN giù dall’ape con la stessa grazia con cui avrebbe scaricato delle casse di pesce: altre mani arrivavano dal circolo ACLI per sorreggere il cabinato del PACMAN il cui disegno -adesso- sembrava aver smesso di sorridere e agitare i suoi guanti gialli e si guardava attorno con uno sguardo panico di chi non capisce dove sia finito e per quale motivo.
In piazza la partita a pallamuro era arrivata a un punto morto perché Marco piccolo si era fermato a guardare il cabinato del PACMAN. La dinamica del pallamuro permette pause lunghissime all’interno della sessione di gioco quindi io, Marco grande e Giampiero non ci eravamo subito resi conto che la nostra partita di pallamuro era finita e che Marco piccolo aveva smesso di giocare.
“Non lo toglieranno mica” aveva detto ad un certo punto, stringendo i pugni.
“Vuoi tirare questo cazzo di pallone” replicò Marco grande che -al contrario di me e Marco piccolo- teneva moltissimo al risultato finale della partita di pallamuro.
“Cosa?” chiesi io girandomi verso la cassa da morto del PACMAN che -lentamente- stava entrando dentro alla porticina del circolo ACLI, come una enorme supposta gialla.
“Il cazzo di pallone” disse Marco grande guardandomi con sguardo confuso.
Giampiero annusava nell’aria la tensione e ci guardava ridendo, girando la testa ora verso di me, ora verso gli altri due ragazzini.
“No, dico, cosa ‘non lo toglieranno mica’?” spiegai indicando Marco piccolo che aveva cominciato a fare piccoli impercettibili passi verso il circolo ACLI, tenendo sempre i pugni chiusi.
“Ah” fece Marco grande scrollando le spalle e Giampiero rideva e cantilenava, non lo toglieranno mica, non lo toglieranno mica, Marco piccolo che ne dici, non lo toglieranno mica?
“Ma cosa?” chiesi di nuovo cercando di inseguire Marco piccolo che adesso stava camminando sempre più speditamente verso il circolo ACLI. “Cosa?” ripetei sentendo dietro di me il passo malfermo degli altri due.
Marco piccolo si girò verso di me, con la faccia rossa mi osservò negli occhi come se mi vedesse solo in quel momento, poi si sporse in avanti, aprì la bocca e urlò “il flipper! cazzo fabrizio! il flipper!” e dandomi la schiena si precipitò dentro al circolo muggendo “ehi, non toccate il flipper, eh!”.
Solo in quel momento Marco grande e Giampiero capirono la gravità del problema e dissero cazzo, eh no cazzo, il flipper non si tocca, con un tono sicuro di chi sta per difendere un diritto inalienabile di tutta la popolazione del santolcesino e, superandomi a passo fermo, si infilarono dentro anche loro all’inseguimento del cabinato del PACMAN.
Io restai fuori, la piazza era deserta. Mi voltai verso il supertele rosso immobile al sole vicino all’altalena e poi tornai a guardare la porta scura del circolo ACLI. C’era un silenzio assoluto, quello dei paesini quando non passano auto, non ci sono decespugliatori ronzanti in qualche collina e quando i ragazzini mangiano o sono in vacanza al mare. Nessun rumore finché si aprì la porta del circolo ACLI e spuntò fuori il contorno del flipper HOLLY JOLLY, due maschi lo reggevano a fatica dal davanti e altri due si intuivano appena dietro la parte verticale in vetro, su cui un giullare con diverse carte da gioco in mano, circondato da re dallo sguardo arcigno e regine generosamente scollate, sorrideva beffardo e spento.
Dietro ancora, come un corteo funebre, Marco grande, Marco piccolo, i gestori del bar ACLI con un espressione del volto visibilmente preoccupata e in fondo a tutti Giampiero con lo stesso sguardo ironico e senza luce del giullare HOLLY JOLLY.
La cosa significativa del flipper HOLLY JOLLY è che alla fine della partita faceva rollare su un piccolo display, una serie di numeri casuali a due cifre fino a fermarsi, e se i due numeri che restavano corrispondevano alle ultime due cifre del punteggio della partita appena finita, HOLLY JOLLY produceva un poderoso STOCK! che faceva saltare il sangue nelle vene e significava che avevi vinto un’altra partita. Credo che non potrò mai dimenticare la forza e l’intensità di quello STOCK! che nello stesso tempo mi spaventava e mi eccitava.
Ma in quell’istante HOLLY JOLLY mi apparve in tutta la sua imbarazzante pacchianeria, il giullare sembrava invecchiato a forza di stare nella saletta del bar ACLI e anche il foglietto attaccato con lo scotch con scritto a mano il record di sant’olcese aveva tutta l’aria di una reliquia del passato.
Con poderosi sforzi i quattro maschi caricarono HOLLY JOLLY sull’ape che aveva appena portato il PAC-MAN e poi il tipo dell’ape iniziò a legare il flipper al corpo dell’ape mentre tutti restavano in silenzio ad osservare.
Io ero al di fuori di quel consesso, mi sentivo un estraneo e un traditore perché io sapevo cosa era il PAC-MAN, io leggevo FUTURA la rivista di scienza e fantascienza mescolata, io passavo ore a guardare su FUTURA le immagini dei videogiochi più in voga per le console atari e colecovision che poi non erano nemmeno le vere immagini del videogioco perché non c’era abbastanza tecnologia per fare delle foto decenti del videogioco, quindi erano disegni fatti a mano che riproducevano grosso modo il videogioco, e io restavo lì a fissare questo fasullo screenshoot umano e a immaginarmi tutto quello che c’era prima e tutto quello che ci sarebbe stato dopo, erano come fotogrammi di un film di cui aldo grasso scriveva in due righe la trama sulla destra, per ogni videogioco c’era una trama, e io sapevo che PAC-MAN era il videogioco cardine di quell’anno, che ogni altro videogioco che ci poteva essere stato prima era solo una preparazione, che anche MOON CRESTA che era uno shoot-arcade da brivido non era niente se confrontato con PAC-MAN, che PAC-MAN era più di un videogioco, era qualcosa che non assomigliava a niente di vecchio, era un fenomeno di massa, c’erano le t-shirt di PAC-MAN, c’erano le canzoni rock che parlavano del PAC-MAN, c’era anche in WARGAMES, PAC-MAN era l’america e il giappone uniti che arrivavano a sant’olcese portandosi dietro un mondo di campus, di programmmazione, di cartridge, di odore di silicio leggermente tostato, di codici esadecimali, di suoni e rumori sintetizzati che avrebbero cambiato per sempre la mia vita, non in meglio né in peggio, ma -dico- si poteva stare ancora a guardare la luna di sera, quando la luna nel labirinto apriva e chiudeva la sua bocca insaziabile?

 

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I racconti della serie “io e ce” e “pacman“, ed in generale tutti i racconti pubblicati da Fabrizio Venerandi su Tevac, sono © Fabrizio venerandi  - Tutti i diritti riservati

2 Commenti a “Quando arrivò il pacman”

  1. alexfe 6 maggio 2009 at 17:01 #

    quanto ci ho giocato, come ha detto Pac-man è stata più di una mania , ma una filosofia (anche se sbagliata) di vita, non per niente e venuta fuori una generazione di persone che stanno in stanze buie ascoltando musica ripetitiva e ingoiando pastiglie.

  2. Puce 7 maggio 2009 at 15:49 #

    Grandioso come sempre… ;)
    mi stavo giusto chiedendo qualche giorno fa che fine avevano fatto le storie di “io e ce”; spero di leggerne molti di questi nuovi racconti.

    ciao

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